IL VANGELO DIPINTO – La Risurrezione di Lazzaro, Gv 11, 1 – 45

redazione
di don Francesco Duonnolo
Affresco della Basilica Benedettina di Sant’Angelo in Formis

Personaggio biblico neotestamentario, da non confondere con quello di Luca (19, 16 – 31) omonimo protagonista della parabola del ricco epulone. Lazzaro (etimologicamente dall’ebraico significa Dio ha soccorso) compare solo nel vangelo giovanneo, descritto come caro a Gesù, (amico) compiendo nei suoi confronti il miracolo della risurrezione (già morto da quattro giorni) che molto successo ebbe nell’ambito della iconografia cristiana.

Gesù mandato a chiamare, giunge a Betania, dove incontra le sorelle del morto, Marta e Maria, e con esse si reca presso sepolcro accompagnato da una folla di giudei. E qui chiamando a gran voce il defunto gli restituisce la vita, ordinandogli di lasciare la tomba (secondo fonti apocrife il resuscitato, diventa uno dei più scomodi e pericolosi testimoni di Gesù e a più riprese rischia di essere ucciso). La peculiarità del miracolo, è il segno della potenza divina che vince la morte, come ritiene già Tertulliano, e prefigurazione della sua stessa risurrezione.

Questa rappresentazione compare precocemente nell’arte paleocristiana, (III secolo, specialmente nelle pitture cimiteriale, come nelle catacombe di San Callisto a Roma)) con schema canonico, con Cristo che tocca il capo del defunto, il quale è rappresentato mummificato sulla soglia del sepolcro, (iconografia questa che molti fanno derivare dall’arte egiziana – alessandrina). A volte il volto di Lazzaro è libero dal velarium, come sul fondo di una coppa della Biblioteca Vaticana. Una delle prime rappresentazioni medievali la troviamo sul Codice Purpureo di Rossano.

Da qui in poi comunque l’episodio viene rappresentato fedelmente al testo giovanneo.

Così pure nel ciclo pittorico santangiolese (navata centrale, parete destra, registro 3, scena 5). Qui si raggruppano i due episodi come riportati dal vangelo di Giovanni; quello delle sorelle di Lazzaro, Marta e Maria che implorano l’intervento di Gesù, e la vera e propria risurrezione. Entrambe in una umile prostrazione che costituisce l’antefatto e la viva icastica azione del miracolo.

Notiamo un andamento dei personaggi quasi cantante, che si arresta di colpo nella slanciata figura del Salvatore, con un gesto che rimane isolato tra i discepoli a sinistra con a capo Pietro dove si intravedono le chiavi sulla coscia destra  (stranamente nell’affresco di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, 1305 circa, è lo stesso Pietro a ricondurre il morto alla vita,  è rappresentato infatti a destra di Lazzaro nell’atto di sciogliere le bende) e Giovanni, il risorto invece a destra con gli strabici  becchini che sciolgono le fasce e si turano il naso (“da quattro giorni era già nel sepolcro” Gv 11,17), con le sorelle a terra una con manto rosato l’altra di colore più fosco.

Presenti minuziosi edifici oziosi ad indicare che ci troviamo a Betania, (che si trova alle porte di Gerusalemme) come riportati anche in manoscritti miniati che si trovano nella Biblioteca Vaticana.

    Gesù è rappresentato concentrato e teso con un velo di commozione “si commosse profondamente” Gv 11,33, (stupenda in tal senso è l’opera di Juan De Flandes, 1460 – 1469 che si trova nel Museo del Prado a Madrid) con una posa energica e risoluta, con la mano destra nella gestualità del parlare “detto questo gridò a gran voce <<Lazzaro vieni fuori>>” Gv 11, 43 e nella sinistra il rotolo della Legge.  

L’atmosfera del momento traspare chiaramente dagli sguardi, dai volti dei personaggi; quelli delle sorelle, occhi che chiedono aiuto, trafitti dal dolore per la perdita di una persona cara, quelli degli apostoli, attoniti e attenti per quello che deve accadere, quasi curiosi, anzi Giovanni sembra voltare la faccia dall’altro lato quasi per non vedere. E che dire dello sguardo strabico dei becchini che insieme alla gestualità delle mani destre (portate al naso), indicano chiaramente il senso della putrefazione, della morte, ma nonostante tutto, sciolgono le bende, hanno fiducia di quello che accadrà, cioè della vittoria della vita sulla morte! 

Lazzaro invece, con lo sguardo fisso su Gesù, con qualche segno della decomposizione appena arrestata, con abbozzante sorriso, esprimendo stupore e meraviglia, quasi chiedendosi ma che cosa mi è accaduto?

28
Next Post

In tempo di Coronavirus. Don Maffeis: la speranza sia un dono condiviso

DA CHIESA CATTOLICA ITALIANA “Guardiamo alle persone che abbiamo intorno, per porre gesti di attenzione, condivisione e ascolto, per fare quella telefonata al vicino o al parente lontano: facciamo in modo che la speranza sia un dono condiviso”. È questo l’invito di don Ivan Maffeis, sottosegretario e portavoce della Cei che, nella nuova puntata della rubrica “Sguardi”, evidenzia anche come “in questo tempo di isolamento e di distanze forzate, stiamo sperimentando forme incredibili di convocazione e di incontro grazie alla televisione, alla radio e alle reti digitali”.  28