LIBRI – “I Giorni Di Jacques”

redazione

Curzia Ferrari – Edizioni ARES

di Ottavio Mirra

Le esecuzioni capitali più famose della storia sono quelle compiute in Francia durante la rivoluzione del 1789, anche perché venivano eseguite con una nuovo marchingegno che prendeva il nome dall’inventore, monsieur Guillotin. La ghigliottina rispondeva a due esigenze:1) maggiore velocizzazione nell’esecuzione, considerato l’alto numero di condannati alla pena capitale; 2) a dispetto della sua funzione, rappresentava una conquista di civiltà perché, grazie a essa, la testa veniva recisa immediatamente laddove, prima del suo impiego, il boia con la scure non sempre con un unico colpo riusciva nell’intento, con conseguente maggiore sofferenza del condannato.

E’ inutile dire che la ghigliottina ci appare non solo come uno strumento particolarmente truculento perché aggiunge alla morte il raccapriccio della testa che cade nel cesto, ma soprattutto è per noi contemporanei un oggetto ormai da tempo consegnato alla storia. Eppure in Francia la pena di morte a mezzo della ghigliottina, è stata abolita solo nel 1981.

Praticamente ieri.

Ne “I Giorni di Jacques”, biografia di Jacques Fesch, è descritta l’incredibile parabola del rampollo di una facoltosissima famiglia di banchieri che, a seguito dell’omicidio di un poliziotto, fu condannato a morte alla giovanissima età di 27 anni e ghigliottinato il 1° ottobre del 1957. Questo solo elemento è stato del tutto sufficiente a spingermi alla lettura del libro. Un’esecuzione capitale con la ghigliottina avvenuta solo pochi anni fa, mi è apparsa talmente fuori tempo e così orribile da non potermi esimere dal saperne di più su Jacque Fesch la cui storia, ho appreso, non solo non finisce con la decapitazione ma, da quel momento in poi, si veste di luce mistica. Nel 1987 il cardinale Jean-Marie Lustiger, arcivescovo di Parigi, darà corso al procedimento della causa di beatificazione, tuttora in atto. 

  Jacques Fesch, da ragazzo frequenta malvolentieri la scuola, non si appassiona a nessuna materia, frequenta ambienti malsani, fuma spinelli e tira coca. Conosce Pierrette, anch’ella di famiglia molto facoltosa, che in seguito sposerà. La loro unione non è frutto di amore. L’impressione è che si tratti di due persone annoiate che, casualmente, percorrono un tratto di strada insieme. Il primo impiego di Jacques è presso l’istituto bancario del padre, con funzione dirigenziale e un ottimo stipendio. Lui ne approfitta. Il rendimento sul lavoro è pari a zero. Nel contempo le spese superano di gran lunga i guadagni. L’elenco che ne fa l’autrice coincide con l’idea collettiva della vita dissoluta: donne, macchine, motociclette, una serie di trombe da jazz, abiti ricercatissimi che indossa una sola volta e poi ammonticchia in un baule, e ruberie. Il padre si accorge degli ammanchi e non può far altro che rimuoverlo e coprire i buchi. Jacques parte per il servizio militare in qualità di ufficiale. Nonostante appaia così superficiale, è in realtà una persona dall’animo tormentato. Aveva appena saputo – scrive l’autrice –  che Martens, una recluta, nel raccoglimento serale della sua cuccia, scriveva poesie d’amore. L’amore! Forse lui non sapeva amare, ecco la chiave dell’enigma. Quella parte di cuore era secca, contrastante con l’immaginazione ardente e profonda che costituiva il suo tormento spirituale. 

Pierrette gli annuncia di essere incinta. Si sposano con l’idea di divorziare subito dopo. La vita coniugale invece resiste, almeno per un po’. Il suocero lo assume con funzione da dirigente in una delle aziende di proprietà con uno stipendio altissimo, ma anche qui, come già nell’istituto del padre, il demone del possedere e spendere più di quanto gli fosse consentito, si traduce in furti e ammanchi continui. I soldi gli fanno l’effetto di un tonico. Anche qui verrà cacciato dal suocero che, come aveva già fatto il padre, coprirà gli ammanchi.

Torna a casa dalla madre, dalla quale riesce a ottenere un finanziamento a fondo perduto di un milione di franchi per impiantare una compagnia mineraria. Nel volgere di pochi mesi l’impresa fallirà. Torna dalla moglie e dalla piccola figlia Veronique, ma il clima è teso, si respira un’atmosfera cupa e soffocante. Si fa strada nella mente di Jacques un altro progetto: commissionare a un cantiere nautico di La Rochelle una barca a vela con la quale navigare gli oceani fino in Polinesia. S’innamora follemente dell’idea. Peccato non abbia alcuna cognizione di mare e di conduzione di barche a vela. Egli non è un sognatore, ma un ragazzino immaturo e velleitario. Nel frattempo incontra un’altra donna, Therese, dalla quale avrà un figlio, Gerard, che non riconoscerà mai. Therese dichiarò che il figlio era frutto di un violentatore sconosciuto.  Lo stesso Jacques, quando ripercorrerà la propria vita, si definirà una macchina da sensazioni egoistiche estreme che ricercava il proprio piacere senza occuparsi in alcun modo degli altri.  Rincorrendo l’assurda idea del veliero, nella ricerca affannosa di un finanziamento, istigato da amici complici, organizza un colpo che solo un babbeo avrebbe potuto pianificare. Tenta di rapinare un cambiavalute che conosce, le cose vanno storte, nella fuga spara e uccide un poliziotto che tenta di fermarlo.

Da questo momento ha inizio, sia pur lentamente, la nuova vita di Jaques Fesch. Sebbene nei primi mesi manifesti ancora l’irresponsabilità che ha caratterizzato la sua vita, tanto da pensare che il suo delitto sarebbe stato riconosciuto come involontario perché a sparare fu il suo subcosciente e non egli stesso, di fatto comincia gradualmente una riflessione sempre più profonda sulla sua vita fino al disvelamento, in una notte da “Innominato”, della “Grazia venutagli in visita” . Capì che aveva bisogno di abbattere, adattare, ricostruire, per lasciarsi alle spalle quello che era stato. Un processo che non poteva non passare per il pentimento profondo e una conversione totalizzante, forse vissuta anch’essa, mi sia consentito dire, con quella sorta di entusiasmo elettrizzante e infantile che aveva dimostrato nel corso della vita precedente. Sta di fatto che, avvolto in una luce quasi mistica, cominciò a contare i giorni e poi le ore che lo separavano dall’esecuzione, nella convinzione che sarebbe passato dalla palude terrestre direttamente alle altitudini sacre al fianco di Cristo.

Fu fede vera? O fu piuttosto l’ultima disperata difesa di un uomo posto di fronte all’inesorabilità della sua sorte, che solo la sublimazione del pensiero – fede poteva concedergli la forza di sostenere un peso altrimenti insopportabile?

Ognuno potrà trarre le proprie conclusioni dalla lettura del libro, che si presenta scorrevole grazie alla scrittura facile ed elegante di Curzia Ferrari

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