Prendi sul serio il tuo cuore

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DI ANNA MARIA GAMMELLA

Il terzo ritiro dell’Azione Cattolica della Diocesi di Capua ha preso l’avvio da due domande: “Come stai e dove stai”. Si corre il rischio infatti di non stare nei propri anni, di non vivere pienamente nella propria stagione di vita. A volte si resta indietro impigliati nel passato e questo atteggiamento condiziona anche la relazione con gli altri. Altre volte si è troppo sbilanciati in avanti e si rischia di perdere il presente, le sue opportunità, le persone che ci circondano. Per essere liberi bisogna staccarsi da un passato non pienamente felice, da una lettura negativa della propria storia, dai condizionamenti altrui, dagli eventi che accadono. Significativa è la storia di Giuseppe, il figlio prediletto, quello di cui Giacobbe si fida, infatti lo invia a cercare i fratelli e percorre da solo 80 km.

Non li trova e invece di tornare indietro ne percorre altri trenta. I fratelli lo scorgono da lontano e decidono di liberarsi di lui: lo gettano in una cisterna secca mentre loro mangiano e festeggiano. Diventa schiavo dei mercanti, è portato in Egitto, è nella casa di Potifar la cui moglie cerca di sedurlo. Accusato ingiustamente, a 17 anni finisce in carcere e vi resta per due anni. Nonostante tutto il giovane rimane in piedi perché, dice il testo sacro, il Signore era con lui. La prova può incattivire o rendere migliori, chiudere alle relazioni o aprirci alla vita. Ecco la risposta alla domanda “Come stai”. Giuseppe è sottoposto alla tentazione, non quella della seduzione, ma quella di abbandonare la missione di andare in cerca dei fratelli, di donarsi agli altri. Una missione che sembra fallita in partenza, perché i fratelli non lo amano, non lo vogliono, rimane solo da adolescente. Avrebbe potuto rinunciare, ma non lo fa. È un uomo libero perché impara a scegliere più che a subire, ad agire più che a reagire. È la nostra stessa tentazione perché spesso nella vita si cercano compromessi per illudersi di stare bene, di essere felici. Bisogna affacciarsi sul proprio cuore, che è un abisso, e avere il coraggio di prenderlo sul serio, perché è quello spazio dove la vita resta pienamente umana. Bisogna rimanere umani nonostante quello che abbiamo vissuto e il vuoto che sentiamo non può essere colmato dall’iperattivismo, ma è necessario andare alle radici delle nostre gioie e delle nostre stizze. Non si può vivere sbilanciati né condizionati, le tentazioni vanno eliminate. Anche Giuseppe poteva rimanere bloccato e invece continua a donarsi a tutti, perché le ferite posso diventare un’opportunità, delle feritoie attraverso cui guardare l’orizzonte al di là della fragilità. Pensiamo a Gesù che dopo la risurrezione ha il segno delle ferite: sono il segno attraverso cui è passata la morte ma anche la vita. Quando si pensa di aver toccato il fondo si è invece nel profondo. Lo scrittore Luciano Manicardi afferma: “Non è nella profondità che si annega ma nella superficialità”. Gesù ci aspetta nella profondità e, come un vento impetuoso, rompe tutte le difese. Il Salmo 63 recita che Dio colpisce con le sue frecce, ferisce e il dolore porta a capire la volontà di Dio, comporta un bagno di realismo e la percezione del limite mi costringe a scoprire chi sono, con luci ed ombre. La fragilità porta ad uscire dall’immagine che abbiamo di noi, degli altri e anche di Dio. A volte Dio è il nostro idolo, un cagnolino da portare a spasso, un antidolorifico per le emergenze. Dio non risolve la nostra vita, la risignifica; Dio non elimina le ferite, gli dà un nuovo significato. Le prove non servono a Dio per sapere di che pasta siamo fatti, lo sa già. Servono a noi per capire come e di cosa siamo fatti. Non bisogna avere paura di sostare sulle proprie sofferenze, di “intaliarsi”, come si dice in napoletano, cioè di indugiare su e per sé. Non è perdere tempo, è un’arte anche difficile, è una forma di stare, un modo di vivere il tempo in profondità, come Gesù che in croce ci resta, come Abramo che parte, anche se non capisce, spera contro ogni evidenza, si fida, si abbandona. E allora anche le lacrime possono diventare rapide da risalire, da scalare andando verso un oltre, verso un qualcosa di più grande.

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