Un elogio alla “ὑπομονῆ”

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Dal 17 al 21 febbraio corso di Esercizi spirituali del Clero diocesano

DI NICOLA GALANTE

Dal 17 al 21 febbraio venti presbiteri ed un diacono transeunte della nostra arcidiocesi, insieme all’arcivescovo mons. Salvatore Visco, hanno vissuto gli Esercizi spirituali a Castellammare di Stabia, gradevolmente accolti dalle Suore Piccole Ancelle di Cristo Re. Gli Esercizi sono stati guidati da don Massimiliano Palinuro, biblista e sacerdote fidei donum della diocesi di Ariano Irpino-Lacedonia presso la comunità cattolica di Trabzon (Trebisonda), situata sulla costa nord-orientale che si affaccia sul Mar Nero, ove nel pomeriggio di domenica 5 febbraio 2006 fu ucciso don Andrea Santoro. Il corso di Esercizi, basato sulla lettura sinottica delle lettere alle Sette Chiese (Ap 2,1-3,22) – Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia e Laodicea -, è stato un interessante viaggio nell’ultimo libro della Sacra Scrittura, l’Apocalisse, un libro scritto per essere proclamato a voce alta in pubblico, che presenta una teologia che sa ben coniugare lo sguardo sulle realtà ultime e l’attenzione alla storia presente, all’interno dell’esperienza dello Spirito. Il contesto vitale dell’Apocalisse non è differente dal nostro: come la Chiesa del I sec. d.C., così la Chiesa del nostro tempo è una Chiesa “martire” e “in diaspora”, continuamente esortata alla “ὑπομονῆ, alla perseveranza, a tener duro nelle avversità, e a sperimentare la “fame della rivelazione” della comunità delle origini per dare risposta alle sfide tremende che caratterizzano il nostro tempo. Dopo aver descritto il pervasivo simbolismo presente nell’Apocalisse, che rende difficile accedere al suo significato profondo, e chiarito che tale simbolismo non è enigmatico ma iniziatico, don Massimiliano ha ricordato che il contesto della rivelazione è la liturgia, luogo del discernimento, dal momento che il libro dell’Apocalisse è una rivelazione in atto in una liturgia domenicale, così come si evince in Ap 1,10 (nel giorno del Signore ἐν τῇ κυριακῇ ἡμέρᾳ). La comunità dell’Apocalisse è assediata da due fronti, le due bestie del capitolo XIII, che deve combattere: da una parte, il potere imperiale che assurge a divinità, dall’altra, il potere religioso che si allea col potere politico. Una comunità che vive la persecuzione è segnata da un’indole apocalittica, è una comunità affamata di rivelazione, che realizza in essa la profezia di Amos sulla fame e sete della Parola di Dio: «Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore Dio – in cui manderò la fame nel paese; non fame di pane né sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore» (Am8,11). La Parola di Dio, infatti, ci permette di recuperare lo smalto perduto quando, appiattiti in un paganesimo aggressivo, siamo tentati di scegliere la via del compromesso. Nel suo saluto all’apertura dei lavori della 70ma assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana (22 maggio 2017), Papa Francesco ha affermato che «le nostre infedeltà sono una pesante ipoteca posta sulla credibilità della testimonianza del depositum fidei, una minaccia ben peggiore di quella che proviene dal mondo con le sue persecuzioni», per cui ha invitato a «riconoscerci destinatari delle Lettere alle Chiese con cui si apre l’Apocalisse (1,4–3,22), il grande libro della speranza cristiana », chiedendo «la grazia di saper ascoltare ciò che lo Spirito oggi dice alle Chiese; accogliamone il messaggio profetico per comprendere cosa vuole curare in noi».

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