Discorso del Papa ai Vescovi della CEI, riuniti nella 73ª Assemblea Generale.

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“Sinodalità e collegialità, riforma dei processi matrimoniali e rapporto dei Vescovi con i sacerdoti”

di sac. Gennaro Fusco

Il 20 maggio us ha avuto inizio, in Vaticano, la 73ª Assemblea Generale della Cei, con il discorso di Papa Francesco e un confronto a porte chiuse in clima fraterno, secondo la consuetudine voluta dallo stesso Santo Padre. Il discorso è stato sviluppato in tre punti: sinodalità e collegialità, riforma dei processi matrimoniali e rapporto dei vescovi con i sacerdoti. Ha esordito dicendo che il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio è la sinodalità. Ha fatto riferimento a un probabile sinodo della Chiesa italiana e richiamando il documento della Commissione Teologica Internazionale, “La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa” (2017), ha sottolineato che il concetto di sinodalità richiama il coinvolgimento e la partecipazione di tutto il Popolo di Dio alla vita e alla missione della Chiesa, invece il concetto di collegialità è la forma specifica in cui la sinodalità ecclesiale si manifesta e si realizza attraverso il ministero dei vescovi.  Ha proseguito in merito, dicendo che vi sono due direzioni: sinodalità dal basso in alto, ossia il dover curare l’esistenza e il buon funzionamento della Diocesi: i consigli, le parrocchie, il coinvolgimento dei laici, praticamente incominciare dalle diocesi: non si può fare un grande sinodo senza andare alla base. E poi la sinodalità dall’alto in basso, in conformità al discorso che rivolse alla Chiesa italiana nel V Convegno nazionale a Firenze, tenutosi il 10 novembre del 2015, che rimane ancora vigente e che dovrà accompagnarli in questo cammino. Se qualcuno pensa a fare un Sinodo della Chiesa italiana, ha aggiunto, si dovrà incominciare dal basso in alto e dall’alto in basso col documento di Firenze. Questo porterà tempo, ma si camminerà sul sicuro, non sulle idee.

Il Papa ha chiesto, poi, un’accelerazione nell’applicazione della riforma dei processi matrimoniali, basata su due motu proprio, “Mitis Iudex Dominus Iesus” e “Mitis et Misericors Iesus”, entrambi del 2015. Ha detto di essere ben consapevole che, nella 71ª Assemblea Generale della Cei, e attraverso diverse comunicazioni, è stato previsto un aggiornamento circa la riforma del regime amministrativo dei Tribunali ecclesiastici in materia matrimoniale, ed è rammaricato nel constatare che la riforma, dopo più di quattro anni, rimane ben lontana dall’essere applicata nella grande parte delle Diocesi italiane, per cui auspica che l’applicazione dei suddetti motu proprio trovi la sua piena ed immediata attuazione in tutte le diocesi dove ancora non si è provveduto.

Il Pontefice, infine, ha incoraggiato i vescovi a una sempre maggiore vicinanza ai sacerdoti, «i nostri più prossimi collaboratori e fratelli», nei confronti dei quali, ha detto, che «noi vescovi abbiamo il dovere di presenza e di vicinanza». E, inoltre, «Non dobbiamo cadere nella tentazione di avvicinare solo i sacerdoti simpatici o adulatori e di evitare coloro che secondo il vescovo sono antipatici e schietti; di consegnare tutte le responsabilità ai sacerdoti disponibili o arrampicatori e di scoraggiare i sacerdoti introversi o miti o timidi, oppure problematici». È, necessario, dunque, «essere padre di tutti», in particolare modo in una situazione come quella odierna di attacchi mediatici, di ridicolizzazioni e di «condanne a causa di errori o reati di alcuni loro colleghi». Ha concluso dicendo che, dunque, il compito del vescovo, è quello di un padre o di un fratello che incoraggia i preti nei periodi difficili; li stimola alla crescita spirituale e umana; li rincuora nei momenti di fallimento; li corregge con amore quando sbagliano; li consola quando si sentono soli; li risolleva quando cadono.

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