Intervista al dott. Paolo Albano, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Isernia

paolo-albano-procuratore-isernia

Qual è la situazione oggi in Italia sotto il profilo della legislazione e dei reati commessi contro le donne?

La violenza contro le donne non è solo un problema delle donne, ma riguarda l’intera collettività e come tale va affrontato con il coinvolgimento degli attori della società civile attivi da tempo sul fronte della prevenzione e del contrasto del fenomeno e nel sostegno alle vittime.

Il femminicidio è un fenomeno che caratterizza la nostra società da sempre, ma solo negli ultimi anni è stato oggetto di grande attenzione da parte dei media, dell’opinione pubblica e delle Istituzioni. Tale fenomeno non è limitato, però, alle sole ipotesi di omicidio delle donne, ma ricomprende tutta una serie di comportamenti che incidono sulla loro libertà, dignità e integrità. Si tratta di condotte caratterizzate dall’avversione prevalentemente maschile nei confronti del genere femminile, che si manifestano in ambito lavorativo, familiare o sociale, quali maltrattamenti, violenza fisica, o psicologica, o sessuale, o educativa,o ancora economica. Sono queste condotte che purtroppo spesso culminano nell’uccisione o nel tentativo di uccisione della donna oppure in altre gravi forme di violenza o di sofferenza.

Per avere un’idea del fenomeno, si può fare riferimento ai dati statistici più recenti, quali, ad esempio, quelli elaborati nel 2104 e contenuti nell’indagine Eu.r.e.s. sulla violenza di genere, che forniscono una fotografia della situazione italiana nell’anno 2013 e indicano che in quell’anno in Italia sono state 179 le donne uccise (il 35,7% dei casi di omicidio).

Le statistiche confermano ciò che le forze di polizia e gli operatori del settore socio-assistenziale, legale e ospedaliero constatano quotidianamente, e cioè che il femminicidio trova concreta attuazione per la maggior parte in una dimensione domestica: oltre il 70% delle vittime è stata uccisa per mano di un familiare, del coniuge, del convivente, del fidanzato, dell’amante o dell’ex compagno (negli ultimi dieci anni delle 1.740 donne assassinate in Italia 1.251 – e cioè il 71,9% – sono state uccise in famiglia, e 846 di queste – e cioè il 67,6% – all’interno della coppia, e 224 – e cioè il 26,5% – per mano di un ex partner). Non vanno trascurati, tuttavia, nemmeno i casi di femminicidio che si sono verificati nell’ambito di rapporti di vicinato, di lavoro o tra semplici conoscenti, oppure quelli in danno di donne che esercitano la prostituzione.

Per quanto riguarda le previsioni legislative, va evidenziato che le illecite condotte di cui sopra sono innanzitutto punite dal codice penale in vigore, che tra i delitti contro l’assistenza familiare e i delitti contro la vita, l’incolumità personale, la libertà personale e la libertà morale prevede, fra i più significativi in merito, i reati di violazione degli obblighi di assistenza familiare (art. 570 c.p.), maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.), omicidio (art. 575 c.p.), percosse (art. 581 c.p.), lesione personale (art. 582 c.p.), pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili (art.583 bis c.p.), sequestro di persona (art. 605 c.p.), violenza sessuale (art. 609 bis c.p.), violenza privata (art.610 c.p.), minaccia (art. 612 c.p.) e atti persecutori (art. 612 bis c.p.).

Di fronte, poi, ad un fenomeno che ha suscitato e suscita ancora elevato allarme, il legislatore italiano non è rimasto insensibile e nel corso dell’attuale legislatura sono stati approvati significativi interventi volti a contrastare la violenza di genere e in particolare i cd. femminicidi.

In primo luogo con la Legge 27/6/2013 n.77, l’Italia ha proceduto alla ratifica ed esecuzione della Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica –meglio nota come Convenzione di Istambul – adottata dal Consiglio d’Europa l’11 maggio 2011: Tale Convenzione – che qualifica la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani – costituisce il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante volto a creare un quadro normativo completo contro qualsiasi forma di violenza di genere.

Nel solco tracciato dalla predetta ratifica e dando concreta attuazione agli obblighi imposti agli Stati parte dalla Convenzione di Istambul, pochi mesi più tardi il legislatore è intervenuto in via d’urgenza ed il Governo italiano ha emanato il decreto legge n.93/2013, cd. decreto anti-femminicidio, convertito nella Legge n.119/2013, con l’obiettivo primario di contrastare la violenza di genere, tutelare le vittime e porre in essere norme volte a prevenire maggiormente il femminicidio.

L’intervento del legislatore del 2013 ha inciso sia sulle norme del codice penale che su quelle del codice di procedura penale con una serie di misure non solo di carattere repressivo ma anche di carattere preventivo.

Gli aspetti più significativi della predetta Legge riguardano, da un lato, l’aspetto punitivo nei confronti degli autori della violenza contro le donne e, dall’altro, gli strumenti di tutela a disposizione delle vittime.

Sotto il primo aspetto è previsto un aggravamento della pena, quando i delitti di maltrattamenti in famiglia e di violazione sessuale sono perpetrati in presenza o ai danni di minori degli anni 18 (con il riconoscimneto giuridico del concetto di “violenza assistita”, intesa come violenza sui minori costretti ad assistere ad episodi di violenza in danno di stretti familiari) oppure quando sono consumati ai danni di donne in stato di gravidanza ovvero quando l’autore della violenza sessuale è il coniuge – anche separato o divorziato – o il partner della vittima. E’ previsto, altresì, un ampliamento dell’ambito di applicazione delle aggravanti del reato di atti persecutori (cd. stalking) non solo al coniuge legalmente separato o divorziato, ma anche al coniuge “separato di fatto” o al soggetto legato alla vittima da relazione affettiva; nonché agli atti persecutori realizzati mediante l’utilizzo di strumenti informatici o telematici:

Per quanto riguarda, poi, la tutela delle vittime è previsto, fra l’altro, l’impossibilità da parte della vittima di ritirare la querela per stalking se la condotta persecutoria è stata posta in essere con gravi minacce ripetute; l’applicabilità dell’ammonimento del Questore non solo agli stalker, ma anche ai responsabili dei reati di percosse o lesioni; la facoltà degli agenti di polizia giudiziaria di disporre,previa autorizzazione del pubblico ministero e in caso di flagranza di gravi reati, l’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla vittima; l’utilizzo del braccialetto elettronico per controllare chi è stato allontanato dalla casa familiare; la fruizione del patrocinio a spese dello Stato senza limiti di reddito per le vittime di stalking, di maltrattamenti in famigliae di mutilazioni di genitali femminili.

In tema di previsioni normative, quindi, l’intervento del legislatore vi è stato , anche se ovviamente il traguardo di garantire una piena tutela delle donne è ancora lontano, ma un dato estremamente positivo si rivela certamente quello che la Legge n.119/2013 ha dato ampio spazio all’attività dei Centri antiviolenza e delle associazioni per i diritti femminili. E’, quindi auspicabile che tali Centri e tali associazioni svolgano un ruolo fondamentale nella prevenzione del femminicidio e nel supporto alle donne vittime di abusi e di maltrattamenti.

Reprimere i reati tempestivamente è importante ma secondo lei quanto è importante informare, confrontarsi con la società civile, la scuola e la famiglia?

Punire tempestivamente i reati relativi al femminicidio è certamente fondamentale per arginare il fenomeno. Va detto, però, che la Procura della Repubblica interviene su tale tema esclusivamente nella fase repressiva per scoprire i responsabili dei reati e portarli ad un giusto processo. L’intervento della Giustizia, quindi, è certamente positivo e necessario, ma resta purtroppo il dato negativo che quando si  interviene il danno vi è già stato e purtroppo vi è già una vittima.

Fondamentale, pertanto, nel contrasto a tale fenomeno si rivela anche e soprattutto l’attività di prevenzione. La Procura può esercitare una funzione di prevenzione, nel senso che la pena ha una sua efficacia intimidatrice sul singolo individuo che ha commesso il reato per far sì che non torni a violare la legge penale, ed ha una sua efficacia che esercita sulla generalità delle persone per trattenerla dal commettere reati in tale materia.

Ma la prevenzione non può che essere affidata a tutte le istituzioni dello Stato, e certamente l’informazione, la conoscenza e il confronto sono gli strumenti fondamentali per incidere sulla comune coscienza civile.

Alla scuola innanzitutto è affidato un ruolo primario. Ed a proposito della formazione, di significativo rilievo si rivela l’emanazione della Legge 13 luglio 2015 n.107, che, nell’ambito della riforma del sistema nazionale di istruzione, ha previsto, come misura di carattere preventivo al fenomeno del femminicidio, che il piano triennale dell’offerta formativa assicuri l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla partità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori.   

L’attività di prevenzione,pertanto, deve concretizzarsi in primo luogo nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica, volta ad analizzare le ragioni di questo fenomeno e a valutarne le dimensioni per proporre le soluzioni più idonee ad arginarlo.

Se la scuola, ma ancor prima la famiglia, nucleo fondamentale della società per l’educazione e la formazione dei nostri giovani, contribuiranno ad insegnare il rispetto per le persone dell’altro sesso

e a far comprendere che la violenza e la discriminazione non hanno mai portato ad alcun risultato, salvo quello tragico di distruggere la vita delle persone e delle famiglie, non può in alcun modo dubitarsi che sarà in futuro la società civile a creare il primo argine al dilagare del fenomeno.

Molto importanti si rivelano, quindi, gli incontri formativi e informativi in materia di violenza di genere, che competono agli Enti ed ai soggetti deputati allo svolgimento di compiti preventivi nella fase determinante della percezione e rilevazione del femminicidio. Saranno così, ad esempio, gli Uffici scolastici territoriali ad impegnarsi per porre in essere concrete iniziative finalizzate a sensibilizzare i Dirigenti scolatici dei vari Istituti, il personale docente  e gli studenti al rispetto del valore della diversità ed al correlato disvalore sociale e morale di condotte violente nei confronti di soggetti deboli.

Di non minore importanza potrà anche rivelarsi l’impegno delle Strutture sanitarie, pubbliche e private, nell’assumere le opportune iniziative formative finalizzate a richiamare l’attenzione di tutti gli operatori sanitari, ed in particolare degli addetti ai servizi di Pronto Soccorso, nelle valutazioni di casi tali da far sospettare violenze di genere e contro soggetti cd. deboli (ad esempio verificando attentamente che le dichiarazioni della potenziale vittima siano compatibili con la tipologia delle lesioni diagnosticate) e nella conseguente segnalazione degli stessi alla Procura della Repubblica, oltre che a fornire assistenza psicologica alle vittime di violenze.

Ma anche ai mass media ed a tutti gli organi di informazione compete il doveroso compito di segnalare la gravità del fenomeno e di suggerire alle vittime di eventuali violenze condotte di comportamento per portare all’attenzione delle Autorità il pericolo di ulteriori gravi conseguenze.

C’è bisogno, in definitiva, nella nostra società di recuperare le dimensioni umane che stiamo perdendo. Dobbiamo darci una mano tutti insieme, uomini e donne, per recuperare la nostra umanità.

Se dovesse spiegare ad un gruppo di studenti la violenza sulle donne cosa direbbe? 

Nel rivolgermi agli studenti ed ai giovani in generale ritengo che sia importante innanzitutto far comprendere loro che i valori della democrazia e della convivenza sociale sono rappresentati non solo dalla libertà ma anche e soprattutto dall’eguaglianza.

Ma ciò che costituisce il peggior pericolo per la libertà e per l’eguaglianza è la violenza.

E nell’ambito di tale problematica, non posso poi non rilevare che la tematica della violenza contro le donne ha acquistato un’importanza sempre crescente, anche se nella nostra società i diritti sono stati sempre pensati come “diritti dell’uomo”, cioè proclamati dagli uomini per gli uomini, e non come diritti degli esseri umani in genere. Nonostante, quindi, l’evoluzione e il progresso della società, le donne continuano ad essere vittime, frequentemente proprio delle persone che vivono loro accanto e con le quali condividono un rapporto familiare o sentimentale. Il dato più inquietante è che in gran parte dei casi i carnefici sono le persone che queste donne amano o hanno amato e che spesso, nonostante tutto, vorrebbero continuare a non accusare.

Ormai sempre più spesso, se non quotidianamente, la cronaca nera di giornali e televisioni si occupano di fatti legati alla violenza sulle donne e questo triste fenomeno, nonostante le grandi lotte dei movimenti e delle associazioni femministe e delle donne in genere per la parità dei diritti, continua ad essere un tema ampiamente dibattuto ai nostri giorni.

E’stata così coniata la parola “femminicidio”. Questo temine è stato utilizzato per la prima volta dalla criminologa Diana Russel nel 1992  nel libro intitolato: “Femminicidio: The Politics of woman killing”, per evidenziare come il fenomeno della violenza sulle donne sia presente in tutti i Paesi del mondo e diffuso in tutte le classi sociali. Il termine è stato così coniato per proporre alla società civile il problema, per sensibilizzarla sulla particolare gravità dello stesso e per far prendere coscienza che tale fenomeno porta solo morte e, per chi sopravvive, dolore, paura ed angoscia.

Il termine, quindi, è tristemente e prepotentemente entrato nella nostra vita quotidiana.

Del resto, tutta la storia dell’umanità è contrassegnata dal tragico e costante ricorso alla violenza – la storia dell’uomo è significativamente segnata fin dall’inizio da un omicidio, quello di Caino in danno del fratello Abele, e si caratterizza poi per il continuo succedersi di guerre e conflitti – ed in questa prospettiva la violenza sulle donne si ricollega fin dall’antichità alla struttura delle prime società, patriarcali e maschiliste, incapaci di concepire la donna come essere autonomo e libero.

Solo in tempi recenti, progressi finalmente ci sono stati ed è significativo che questo argomento è divenuto tanto degno di nota da essersi meritato addirittura una Giornata mondiale, che si svolge il 25 novembre con manifestazioni in tutto il mondo.

Per combattere adeguatamente tale violenza è necessario innanzitutto che le donne che la subiscono trovino subito la forza e il coraggio di denunciare il marito, il compagno, il partner che facciano uso nei loro confronti non solo della violenza fisica ma anche di quella psicologica e morale, con vessazioni, umiliazioni, mortificazioni, offese, minacce ed altre forme di maltrattamento.

Parallelamente è necessario, altresì, che le Autorità e le Istituzioni statali si attrezzino per dare tutela e protezione alle donne che hanno denunciato i fatti in loro danno.

Come si vede, dunque, la soluzione del problema non è certo facile, ma il primo punto di partenza è diffondere e radicare la convinzione che non esistono differenze fra gli uomini e le donne e che queste meritano di essere sempre trattate con dignità, rispetto e riconoscimento di tutti i diritti. Occorre perciò al più presto superare le discriminazioni che ancora ci sono a livello normativo, economico, politico e sociale.

Ai giovani, quindi, sento di ribadire che il femminicidio va contrastato con la massima decisione, perché la vita è un dono prezioso e nessuno ha il diritto di incidere violentemente su quella altrui. Dobbiamo ricordare costantemente che gli autori di delitti in danno delle donne rinnegano la libertà delle stesse, che è una conquista sociale di vitale importanza.

I giovani devono sentirsi coinvolti su tale tema e non devono assolutamente pensare che sia un problema a loro estraneo. Proprio ai giovani, invece, è affidato il compito di spezzare la spirale della violenza, con la cultura sul tema, con la coscienza della sua importanza e con la consapevolezza che l’indifferenza è il peggiore dei mali di fronte alla gravità dei fenomeni criminali che affliggono la nostra società.

Related posts