Dibattito: Vivi Napoli e poi ne parli

Napoli è ovunque, eppure è solo qui

Difendiamo il nostro territorio

di Antonia Luiso

Con la pubblicazione dello speciale sull’Espresso intitolato “Bevi Napoli e poi muori” un coro di voci si è alzato dal nostro territorio. E’ questa, allora, l’occasione per lasciarci provocare, per uscire dalla nostra tradizionale atarassia per entrare nell’agone del dibattito e, soprattutto, elaborare proposte e percorsi che lascino intravedere una luce alla fine del tunnel. Quello che segue, allora, vorrebbe essere solo un primo intervento! Un modo per aprire un tavolo mediatico che continuerà su kairosnet.it, il sito collegato a questa testata (ndr).

“Potrei anche anteporre gli interessi del Paese ai miei personali, a patto di guadagnarci qualcosa.” (Prugna, 2013) Senza offesa, signor direttore dell’Espresso – così come non devono offendersi i Napoletani, giusto? – ma dalla più insignificante fibra del mio essere alle mie più radicate convinzioni, sono fermamente convinta che la sua adottata filosofia nello scrivere l’articolo di cui il mondo sta parlando sia stata proprio questa. Non mi fraintenda. Io credo al principio “dell’informare per resistere” quanto lei.  Ammesso di non averla sopravvalutata. Delle sue ragioni non ve n’è una che non sia ragguardevole o mossa da sincera filantropia verso il martoriato popolo di Napoli; l’intento suo e dei suoi giornalisti è, del resto, quello di salvare la città dalle oscure trame che l’avvelenano, ancor più delle acque e dei rifiuti. Ah, davvero? Ciò che mi chiedo io è, però: quanto sinceramente? Per davvero è stato mosso solo dal dolore che prova, in quanto napoletano, nel vedere la terra dove si nutrono le sue radici andare letteralmente a fuoco oppure il titolo che investe ha avuto il sopravvento? Per amor di verità, mi dirà indignato lei. Io le rispondo che l’amor di verità è esule da qualsivoglia trama che abbia il sapore dello scoop o della risonanza mediatica, fine a se stessa. È facile fare notizia, più difficile è avere la professionalità di non voler consapevolmente disperare lo stato emotivo di un popolo già ripiegato mille volte su se stesso. E quella antiestetica copertina non fa altro che confermare questa spiacente tesi. Io bevo Napoli tutti i giorni. La respiro tutti i giorni e la vivo. La vivo perché Napoli è ancora viva. Dà ancora vita. Lo so, il mio è un amore quasi imbarazzante, senza dubbio genuino, ma, che vuole farci, quando si ama una città, si scrive, si lotta e si muore per essa e per l’ideale che per te rappresenta. Ha presente? Non mi permetterei mai, perché rispetto i criteri dell’informazione e giacché non ne ho alcuna prova, di confutare o sminuire la sostanza dell’articolo, il materiale divulgativo che elargisce, non sia mai! Mi permetto invece di regalarle tutto il mio rammarico in quanto studentessa, cittadina e donna napoletana, seppur per adozione. Non voglio cadere nelle trame letali del negazionismo, nella maniera più assoluta. Napoli fa sempre il triplo della fatica per mettersi in pari e stare al passo col resto del mondo, per rimettersi in carreggiata dopo ogni colpo, sia esso inferto dall’illegalità, dall’omertà, dalla paura di chi tace, dalla criminalità, dai media che si ergono a giudici, dal pregiudizio, dalla tristissima camorra. Tuttavia, mi pare si stia abusando un po’ troppo di certe definizioni, tanto da essere divenute ormai topoi letterari, al pari de “la pizza e il mandolino”.  La calunnia è il cancro di Napoli, signor direttore. I veleni di cui in qualche modo si nutre sono solo il mezzo, efficacissimo, servito a chi voleva indurre e poi ha portato a Napoli la morte, vestendola da legale eutanasia. I napoletani non farebbero mai del male a Napoli. Non quelli onesti e probi.  Ti pregherei, lettore, di non cadere nel pozzo del preconcetto. Non generalizzare. Non diventare burattino nelle mani del potere. Non pensare che a Napoli cittadini rispettabili e integerrimi non ve ne siano, perché ti sbagli. Sono anzi la maggioranza, quella che si è indignata e ha rifiutato di sana pianta qualsiasi contatto anche solo visivo col mestamente celebre, suddetto articolo. Non in nome di una sterile protesta o perché siano soliti fingere di non vedere o siano reietti al punto di non voler sapere, ma perché non accettano, non hanno accettato che della loro città ancora il mondo parlasse come se fosse la piaga bubbonica d’Italia che può solo, evidentemente, morire. Signor direttore, mi permetto di darle un consiglio: la prossima volta provi a ragionare al contrario. Si sforzi, per quanto le sia possibile, di dare una meravigliosa immagine di una ancora meravigliosa città. Divulgare è un diritto ma agire concretamente è un dovere.  Vuole scuotere dal sonno dogmatico il popolo tutto e chi lei crede indifferente? Bene, cominci a muoversi. Cominci a usare i potenti mezzi di cui dispone per invogliare il mondo a credere ancora in Napoli, nella Campania, nell’Italia. Cominci a mobilitarsi assieme al popolo che tanto vuole proteggere e si faccia promotore di rumorosissime azioni contro lo strapotere di questo Stato inerte.  Cominci a promuovere una nuova forma mentis su scala nazionale, educhi il popolo a divenire italiano e non a ridursi entro la proibitiva definizione del medio italiota.  In altre parole, signor direttore dell’Espresso, si unisca a noi! A quelli che ancora lo fanno per amore. A chi non si stanca di credere. A chi combatte senza pensare a domani investendo tutto il proprio oggi.  Il suo monito potrà pure essere “Bevi Napoli e poi muori”. Il mio è invece un consiglio. Vivi Napoli e poi ne parli. Ma vivila davvero, però.

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